Mafia

Gli imprenditori denunciano le richieste di pizzo dei boss di Misilmeri: inflitte tre condanne

La sentenza è stata emessa nel processo con il rito abbreviato nato dall'operazione "Fenice", messa a segno l'anno scorso dai carabinieri. Le vittime del racket avevano trovato il coraggio di ribellarsi ai loro taglieggiatori col sostegno di Addiopizzo e ora saranno risarcite: "La nostra associazione al fianco di chi si è opposto al racket"

Controlli dei carabinieri a Misilmeri (Foto archivio)

Avrebbero chiesto il pizzo a diversi imprenditori - alcuni dei quali, accompagnati da Addiopizzo, non hanno esitato a costituirsi parte civile - e avrebbero anche cercato di mettere le mani su servizi come il trasporto di malati e le onoranze funebri. Per tre imputati, tutti coinvolti nel blitz "Fenice", messo a segno un anno fa dai carabinieri contro il clan di Misilmeri, adesso sono arrivate le condanne.

Il gup Ivana Vassallo, che li ha processati con il rito abbreviato, accogliendo le richieste dei sostituti procuratori Bruno Brucoli e Gaspare Spedale, ha infatti inflitto 13 anni e 4 mesi di reclusione a Cosimo Sciarabba, detto "Michele" (figlio del boss Salvatore), che sarebbe stato a capo della cosca, 12 anni e 4 mesi ad Alessandro Ravesi, suo fedele collaboratore, e 11 anni e 8 mesi a Salvatore Baiamonte. Un quarto imputato, Benedetto Badalamenti, è morto nelle more del processo.

Il giudice ha anche risconosciuto il diritto al risarcimento agli imprenditori che hanno deciso di denunciare le richieste estorsive e, con coraggio, di non piegarsi alle imposizioni degli imputati. Nello specifico, la tangente di Cosa nostra sarebbe stata richiesta a un imprenditore che stava realizzando un importante impianto di rifornimento di carburanti, a uno attivo nella grande distribuzione e a un altro che gestisce un'azienda avicola. Sono stati accompagnati da Addiopizzo, che si è anch'essa costituita parte civile, con l'assistenza dell'avvocato Salvo Caradonna.

La riflessione di Addiopizzo

"Si è trattato di un percorso di ascolto e sostegno che la nostra associazione - spiegano da Addiopizzo - ha svolto al fianco di chi si è opposto al racket delle estorsioni e in collaborazione con gli uomini dell'Arma dei carabinieri e i magistrati della Dda di Palermo. Grazie alle denunce, in poco tempo investigatori e magistrati hanno ricostruito gli episodi estorsivi perpetrati da chi faceva parte della famiglia mafiosa di Misilmeri".

Per questo "la vicenda dimostra, ove ce ne fosse bisogno, come esistano le condizioni per denunciare in sicurezza e affrancarsi dal fenomeno estorsivo anche nella provincia di Palermo, dove il controllo del territorio di Cosa nostra resta più serrato di quanto possa registrarsi oramai in alcune aree della città. Quello che appare chiaro anche da questa storia e che ci interessa ribadire - affermano dall'associazione - è che chi paga per paura riesce a trovare anche dopo tanto tempo una strada per dire basta e affrancarsi dai condizionamenti mafiosi. Oggi però la maggior parte degli operatori economici che pagano le estorsioni lo fa non per paura, ma per connivenza e convenienza. E su questo è oramai non più rinviabile un aggiornamento dell'analisi e della narrazione sul fenomeno che non è più quello di vent'anni fa e che vede la maggioranza di coloro che pagano il pizzo ricercare, più che subire,  la 'messa a posto'".


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